Una lente di ingrandimento, in ottica di genere, sullo stato attuale della professione: questo rappresenta il rapporto di ricerca “Pari opportunità tra presente e futuro. La condizione femminile nell’architettura italiana”, pubblicato dal Cnappc alla vigilia dell’8 marzo.

Promossa dal Cnappc e affidata a Format Research per l’elaborazione e la restituzione dei dati, ha riunito in un unico quadro rappresentativo informazioni provenienti da fonti ufficiali quali Istat, Ministero dell’Istruzione e del Merito, Almalaurea e Inarcassa, insieme ai risultati di una rilevazione effettuata direttamente presso gli Ordini professionali attraverso un questionario messo a punto dal Gruppo di Lavoro Pari Opportunità del Cnappc su iniziativa della vicepresidente Alessandra Ferrari, proposto indistintamente all’intera comunità professionale e divulgato attraverso gli Ordini.

L’indagine ha consentito di raccogliere un campione rappresentativo di 2.832 compilazioni.

I dati, presentati il 4 marzo presso la sede Cnappc a Roma nel corso del convegno “Pari opportunità tra presente e futuro”, confermano il persistere del gender gap a più livelli e la necessità di promuovere nuove politiche di gender mainstreaming all’interno della professione.

Le studentesse rappresentano oggi il 53,9% degli iscritti ai corsi di laurea in Architettura e ottengono mediamente risultati accademici migliori, sia in termini di tempi di conseguimento della laurea sia per qualità del percorso di studi e valutazioni finali conseguite.

L’inizio della carriera professionale si presenta più difficile per le giovani laureate, che faticano più dei colleghi a inserirsi nel mercato del lavoro e a ottenere una giusta retribuzione.

Il tasso di occupazione delle giovani laureate a un anno dal titolo risulta inferiore rispetto a quello dei colleghi uomini, secondo i dati di Almalaurea. I dati Almalaurea mostrano inoltre che, mediamente, una professionista a cinque anni dalla laurea percepisce 1.790 euro al mese, contro i 2.047 euro del collega architetto. Questo scarto retributivo permane lungo tutto il percorso lavorativo del genere femminile, generando a cascata ulteriori disparità nell’investimento di tempo, energie e risorse economiche nella professione, e culminando, con l’avanzare degli anni, in differenze anche sul piano pensionistico. Secondo gli ultimi dati Inarcassa, un architetto guadagna mediamente 40.292 euro e un’architetta solo 24.272 euro.

Il sistema ordinistico conta oggi 154.117 professionisti/e iscritti, di cui 70.473 donne e 83.644 uomini. La rilevazione è stata condotta presso un campione casuale rappresentativo di 1.680 persone che si riconoscono nel genere femminile, 1.114 persone che si riconoscono nel genere maschile e 8 persone si riconoscono in un genere che non è esclusivamente maschile o femminile. Dai dati raccolti il gender pay gap emerge come costante sia nell’ambito del lavoro dipendente che nella libera professione, dove il divario espresso in fasce di reddito diviene ancora più marcato.

Il questionario ha dato voce anche alle discriminazioni subite in ambito lavorativo dove, tra le intervistate, il 68,4% delle donne dipendenti e il 73,6% delle libere professioniste affermano di aver subito anche altre ulteriori discriminazioni rispetto a quella retributiva.

Tra tutte, la discriminazione mansionaria risulta predominante nel contesto del lavoro dipendente, mentre quella retributiva è prevalente tra le libere professioniste. In entrambi i casi, rispetto ai colleghi architetti – per i quali il genere rappresenta, in ordine di importanza, il quinto motivo di discriminazione – il genere costituisce il primo motivo di discriminazione per le donne, sia libere professioniste sia lavoratrici dipendenti.

L’indagine ha infine analizzato il tema del work-life balance, con risultati che confermano la persistenza dei tradizionali stereotipi di genere: da un lato la donna caregiver, ossia “colei che si occupa prevalentemente della cura”, dall’altro l’uomo breadwinner, letteralmente “colui che porta il pane”, cioè il principale responsabile del sostentamento economico della coppia o della famiglia.

All’interno di una categoria professionale che, nel suo complesso, dispone di una quantità molto limitata di tempo libero, con oltre la metà del campione che dichiara tra una e tre ore libere al giorno, la figura femminile risulta non solo prioritariamente impegnata nelle faccende domestiche e nella cura dei figli, ma anche più esposta alla necessità di rinunciare al lavoro o di ridurre le ore lavorate a causa degli impegni famigliari.

Il quadro emerso non sorprende, ma non deve neppure sconcertare. L’indagine è stata condotta proprio per disporre di basi solide su cui costruire nuove politiche ordinistiche orientate a ridurre le disparità di genere e contrastare le discriminazioni. L’obiettivo è accelerare un cambiamento culturale che superi il paradigma della cura domestica come rinuncia, riconoscendo il valore della partecipazione alla cura del progetto della città, del paesaggio e dell’ambiente costruito, ambiti ai quali anche le donne devono poter contribuire pienamente, senza impedimenti e discriminazioni, al pari dei loro colleghi.

Il processo di autodeterminazione delle architette, avviato ormai da decenni, richiede oggi che anche i colleghi uomini prendano pienamente atto di questi dati e contribuiscano a un reale riequilibrio, dall’ambito domestico fino a quello professionale e ordinistico.

Fare spazio e procedere di pari passo significa riconoscere e praticare una professionalità finalmente pienamente paritaria.

Mariacristina Brembillaconsigliera segretaria Ordine Architetti Bergamo con delega alle pari opportunità

 

[Data di pubblicazione articolo: 10.03.2026]